Sloveno, triestino, 108 anni, memoria storica degli orrori del Novecento sulle minoranze linguistiche. Ai suoi libri unì sempre l’impegno a trasmettere ai giovani la testimonianza.

Il vecchio aveva uno sguardo celeste. Una sera che l’ultimo sole entrò fino in fondo alla sua casa, alta sul mare di Trieste, mi diede un’occhiata che parve di adolescente. Poco prima mi aveva aperto il cancello del giardino dopo aver salito dei gradini con passo elastico. Aveva da poco compiuto cent’anni e io non capivo dove stesse il segreto della sua vitalità. Forse (…) nella memoria. Boris Pahor, sloveno d’Italia, classe 1913, ne era il monumento. La teneva viva come un dovere ostinato, che continuava a sobbarcarsi nonostante gli anni. C’era un “demone” di frontiera che gli impediva di mollare, un anima da bastian contrario che lo incollava alla vita. Qualcosa di ribelle che faceva parte del suo vento, del mare e della pietra cui era aggrappata la sua casa.
Cento e otto anni. Forse la sua longevità era una vendetta (…) contro il fascismo che gli avevano rubato venticinque anni vita, impedendogli di parlare la sua lingua. Era il ricupero del tempo perduto, la risposta all’ostracismo di chi, nel dopoguerra, non aveva voluto si sapesse che nella città “italianissima” c’era un uomo capace di scrivere in un’altra lingua, tanto più se si ostinava a sbugiardare le amnesie di una terra dove il fascismo aveva dato il peggio di sé. Era il conto da regolare con una fama beffarda, che l’aveva fatto conoscere ovunque nel mondo, ma non nel Paese in cui era nato. Una diga rotta appena a 95 anni, quando il suo capolavoro, “Necropolis”, sul suo internamento in un Lager nazista, era stato “scongelato” dopo 40 anni, e tradotto in Italia.
Ardeva di vita. Cinque anni fa lo accompagnai a ritirare dei soldi nella sua banca sul Carso. Gli tagliò la strada una bella bruna, e lui reagì come un ragazzo. Mi si aggrappò al braccio e disse: “Ah, se avessi solo dieci anni di meno…”. Pochi mesi fa gli chiesero un’intervista-video di tre minuti da inoltrare in Germania come ringraziamento per un premio europeo di cui ero compartecipe. Ebbene lui, quasi cieco, seduto in poltrona, parlò per tre minuti esatti senza ripetizioni né sbavature. Alla fine confessò di avere ancora un progetto. Era “L’Homme revolté”, disse in francese, citando il suo modello, Camus, e il memorabile pamphlet “Indignez-vous”, scritto da un altro grande vecchio, Stéphane Hessel. Per lui il francese era la lingua della liberazione: dopo il lager era stato spedito a riabilitarsi in terra transalpina, dove una dolce infermiera lo aveva riaccompagnato fra i vivi. “Mi basterebbero due anni per scriverlo”, confessò. Difficile distinguere lo scrittore dal mistero della sua longevità….(Paolo Rumiz – La Repubblica, Roma)
https://www.repubblica.it/cultura/2022/05/30/news/morto_lo_scrittore_boris_pahor-351760763/

Morto a 108 anni lo scrittore triestino Boris Pahor, testimone delle tragedie del Novecento
TRIESTE il grande scrittore e intellettuale di lingua slovena di Trieste, Boris Pahor, è morto all’età di 108 anni. Ne dà notizia l’agenzia di stampa slovena Sta.
Nato a Trieste nel 1913, Pahor è considerato il più importante scrittore sloveno con cittadinanza italiana e una delle voci più significative della tragedia della deportazione nei lager nazisti, raccontata in Necropoli, ma anche delle discriminazioni contro la minoranza slovena a Trieste durante il regime fascista, L’intellettuale, testimone in prima persona delle tragedie del Novecento, ha scritto una trentina di libri tradotti in decine di lingue, tra cui Qui è proibito parlare, Il rogo nel porto, La villa sul lago, La città nel golfo.
Due anni fa è stato insignito dai presidenti Mattarella e Pahor delle alte onorificenze di Italia e Slovenia: il cavalieriato di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana e l’Ordine per meriti eccezionali.
Simbolo vivente delle travagliate vicende del confine orientale, Pahor è stato testimone dell’incendio del Narodni dom e ha subito la persecuzione fascista, la deportazione nei campi nazisti e la messa al bando della Jugoslavia di Tito, di cui non condivideva la matrice comunista. Un’esistenza lunghissima e densa, che ha attraversato tutti i drammi e le persecuzioni del Novecento, vivendole sulla sua pelle.
Pahor è stato un punto di riferimento per i giovani letterati sloveni, è stato sempre difensore delle libertà e della dignità dell’individuo, e ha messo al centro dei suoi libri, una trentina tra narrativa e saggistica tradotti in diverse lingue, gli umiliati e gli offesi. Vincitore di numerosi premi letterari, nel 2007 è stato insignito della Legion d’onore e nel 2020 del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Pahor è nato a Trieste, in via del Monte, di fronte al vecchio cimitero ebraico, il 26 agosto 1913 come primogenito e unico figlio maschio di genitori sloveni. Il padre Franc fu, durante il dominio asburgico, fotografo alla sezione criminale della gendarmeria di Trieste. La città, porto principale dell’Impero asburgico, era, alla sua nascita, una «città felice”, come Pahor stesso la definì, in cui convivevano numerose etnie e comunità religiose. L’esistenza dello scrittore fu strettamente legata a quella della comunità slovena della Venezia Giulia, segnata dagli eventi storici che hanno cambiato i destini dell’Europa e del mondo a partire dalla Prima guerra mondiale di cui P. ricorda, piccolissimo, i bombardamenti, descrivendone l’esperienza nella novella Nesluteno vprašanje (Una domanda senza presagio): durante la guerra, infatti, il padre Franc viene mandato a Pola che era zona militare in quanto sede dell’arsenale austriaco. Nel 1918, allo scoppio dell’epidemia di febbre spagnola, tutta la famiglia si ammala. La sorella più piccola, Mimica, soccombe.
Nel mese di novembre dello stesso anno l’esercito italiano entra a Trieste: la pace di Versailles aveva ratificato le richieste italiane sancite dal Patto di Londra del 1915. Dopo la firma del Trattato di Rapallo del 1920 tutta la regione litoranea slovena detta Primorska, viene annessa all’Italia: tra i 500.000 e i 700.000 sloveni e croati diventano cittadini italiani… (Iz Piccolo, Trieste
https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2022/05/30/news/morto-a-108-anni-lo-scrittore-triestino-boris-pahor-1.41476753
Addio a Boris Pahor, scrittore simbolo della storia di Trieste: ha vissuto e narrato i dolori e gli orrori di tutto il Novecento
https://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2022/05/30/news/addio-a-boris-pahor-scrittore-simbolo-della-storia-di-trieste-ha-vissuto-e-narrato-i-dolori-e-gli-orrori-di-tutto-il-novecento-1.41476886

Boris Pahor

https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2020/07/13/news/trieste-dai-due-presidenti-l-onorificenza-a-boris-pahor-lo-scrittore-la-dedico-alle-vittime-di-nazifascismo-e-dittatura-comunista-1.39077957
«Dedico le onorificenze a tutti i morti che ho conosciuto nel campo di concentramento e alle vittime del nazifascismo e della dittatura comunista»: sono state le parole dello scrittore, ringraziando i presidenti della Mattarella e Borut Pahor.
È morto lo scrittore Boris Pahor
Aveva 108 anni, ha scritto una trentina di libri tradotti in decine di lingue
Il grande scrittore e intellettuale di lingua slovena di Trieste, Boris Pahor, è morto all’età di 108 anni.
Nato a Trieste nel 1913, Pahor è considerato il più importante scrittore sloveno con cittadinanza italiana e una delle voci più significative della tragedia della deportazione nei lager nazisti, raccontata in Necropoli, ma anche delle discriminazioni contro la minoranza slovena a Trieste durante il regime fascista, L’intellettuale, testimone in prima persona delle tragedie del Novecento, ha scritto una trentina di libri tradotti in decine di lingue, tra cui Qui è proibito parlare, Il rogo nel porto, La villa sul lago, La città nel golfo.
“Con Boris Pahor perdiamo un grande scrittore, un gigante del Novecento che ha saputo raccontare, con maestria, lucidità e senza sconti, l’orrore del lager e della deportazione e condannare ogni forma di totalitarismo.
Mi stringo al dolore dei familiari e dei tanti amici che oggi perdono un punto di riferimento”.
È l’omaggio del ministro della Cultura, Dario Franceschini, al grande intellettuale.

Boris Pahor/ANSA
Si è spenta l’anima e il testimone di un secolo, il Novecento, in tutte le sue accezioni più terribili, osservato e sviscerato dalla sua Trieste, dov’era nato nel 1913. Boris Pahor, grande scrittore e intellettuale sloveno di cittadinanza italiana, era nato da una famiglia di “sciavi” (slavi), di origine carsolina, “duri, senza lingua, né sentimento nazionale”, raccontava egli stesso in Figlio di nessuno, l’autobiografia pubblicata da Rizzoli. Autobiografia a cui Pahor aveva affidato le memorie di una vita lunghissima e soprattutto i ricordi di quando, solo ragazzino, fu derubato della sua cultura dall’avvento del regime fascista, intento a ‘italianizzare’ la Trieste multietnica e multiculturale costruita ai tempi dell’Impero austro-ungarico.
Lui, “cimice” come tutti gli slavi d’Italia, così li definivano in maniera dispregiativa i fascisti, fu testimone a soli sette anni del rogo del Narodni Dom per mano degli squadristi, delle discriminazioni etniche, ma anche della Resistenza e del dramma dei lager e poi del faticoso ritorno alla vita dopo la guerra. Fu anche un sopravvissuto della spagnola, alla guerra in Libia, al sanatorio. Ma furono i lager l’esperienza-chiave, per Pahor. “Entrare nei campi di concentramento tedeschi – passò per Natzweiler, Markirch, Dachau, Nordhausen, Harzungen, Bergen-Belsen – era una condanna a morte, loro non lo dicevano però la verità è che si moriva, e prima di tutto per fame”, aveva rievocato l’anno scorso.
Pahor, più volte candidato al Nobel, era rimasto sempre lucido, malgrado l’età, come lo fu nei decenni passati, quando si espresse senza mezzi termini sia contro la Jugoslavia che perseguitava gli slavi cattolici sia contro l’Italia, incapace di fare luce e giustizia sui crimini fascisti in Slovenia e ovviamente contro nazismo, fascismo e comunismo. “Dedico le onorificenze a tutti i morti che ho conosciuto nel campo di concentramento e alle vittime del nazifascismo e della dittatura comunista”, aveva detto due anni fa, sempre nella sua Trieste, ricevendo i titoli di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana e quello sloveno dell’Ordine per meriti eccezionali dalle mani dei presidenti della Repubblica Mattarella e Borut Pahor.
È morto Boris Pahor, lo scrittore italo-sloveno che raccontò l’orrore dei lager
È morto Boris Pahor, grande scrittore e intellettuale di lingua slovena di Trieste. Nato a Trieste nel 1913, aveva 108 anni, ed è considerato uno dei più grandi scrittori europei del Novecento. Pahor è stato tra le penne più importanti a scrivere della deportazione nei lager nazisti, di cui ha scritto in Necropoli, e una delle memorie più vivide delle discriminazioni del regime fascista contro la minoranza slovena a Trieste, tema che rientra in Qui è proibito parlare, Il rogo nel porto, La villa sul lago, e La città nel golfo; tutti libri legati al capoluogo giuliano.
https://www.open.online/2022/05/30/trieste-morto-scrittore-boris-pahor/
Boris Pahor è morto a Trieste, narrò l’orrore dei lager. Lo scrittore e intellettuale di lingua slovena aveva 108 anni Chi era
Addio a Boris Pahor, morto all’età di 108 anni. Lo scrittore e intellettuale di lingua slovena è morto a Trieste. Ne dà notizia l’agenzia di stampa slovena Sta. Nato a Trieste nel 1913, Pahor è considerato il più importante scrittore sloveno con cittadinanza italiana e una delle voci più significative della tragedia della deportazione nei lager nazisti, raccontata in Necropoli, ma anche delle discriminazioni contro la minoranza slovena a Trieste durante il regime fascista. L’intellettuale, testimone in prima persona delle tragedie del Novecento, ha scritto una trentina di libri tradotti in decine di lingue, tra cui Qui è proibito parlare, Il rogo nel porto, La villa sul lago, La città nel golfo.
E’ morto Boris Pahor, memoria storica del Novecento
Si è spento a 108 anni lo scrittore sloveno, testimone delle principali pagine del ‘Secolo breve’
https://www.ilfriuli.it/articolo/cronaca/e–morto-boris-pahor-memoria-storica-del-novecento/2/266917
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Boris Pahor
Pahor era stato testimone dell’incendio del Narodni Dom – sede centrale delle organizzazioni della comunità slovena -, il 13 luglio 1920 a Trieste, evento che lo aveva profondamente segnato e che aveva poi descritto nella raccolta di novelle “Il rogo nel porto“.
Testimone fin da bambino delle discriminazioni verso la sua minoranza, quella slovena, nel 1940 venne arruolato nell’esercito italiano e mandato sul fronte in Libia. Poi nel ’43, dopo l’armistizio dell’8 settembre torna a Trieste, ormai sotto occupazione tedesca dove decide di unirsi alle truppe partigiane slovene che operavano nella Venezia Giulia, aderendo alla Resistenza (nel 1955 descriverà quei giorni decisivi nel famoso romanzo Mesto v zalivu (“Città nel golfo“), col quale diventerà celebre nella vicina Slovenia) e nel ’44 fu consegnato ai nazisti e internato in vari campi di concentramento in Francia e in Germania (Natzweiler-Struthof, Dachau e Bergen-Belsen). La deportazione durante la Seconda Guerra Mondiale è narrata nel suo capolavoro autobiografico “Necropoli“.
https://tg24.sky.it/cronaca/2022/05/30/boris-pahor-morto

https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2022/05/fvg-trieste-morto-boris-pahor-28872128-7d22-4d52-a1b0-9d9dbe1239ea.html
Morto Boris Pahor, è stato il più grande scrittore sloveno
https://www.tgcom24.mediaset.it/cultura/morto-boris-pahor-e-stato-il-piu-grande-scrittore-sloveno_50827666-202202k.shtml
Gli anni della Seconda guerra mondiale –
Il 5 febbraio 1940 è chiamato alle armi e mandato in Libia, esperienza che conclude l’8 febbraio 1941, testimoniata dai diari Nomadi brez oaze (Nomadi senza oasi). Ottenuta la maturità classica in un liceo di Bengasi, si iscrive alla facoltà di lettere dell’Università di Padova e prende servizio a Bogliaco, sul lago di Garda, come sergente. Dopo l’armistizio torna a Trieste, in mano ai tedeschi. Decide di unirsi alle truppe partigiane slovene della Venezia Giulia e rimane in clandestinità a Trieste. La sua attività in città viene scoperta dai collaborazionisti sloveni, che lo arrestano il 21 gennaio 1944. Pahor viene deportato in Germania il 26 febbraio 1944. La tragica esperienza del lager viene descritta in Nekropola, un capolavoro tradotto in oltre venti lingue, e più recentemente in Triangoli rossi, opera edita da Bompiani nel 2015. La deportazione lo porta in diversi campi di concentramento, l’ultimo a Bergen-Belsen. Qui nell’aprile del 1945 viene liberato insieme ad altri prigionieri dalle truppe britanniche. Raggiunge Parigi dove gli viene diagnosticata la tubercolosi e viene dunque mandato in un sanatorio a Villeurs-sur-Marne.
Vita privata e insegnamento –
Rientra a Trieste nel dicembre del 1946 e un anno dopo si laurea con una tesi su Espressionismo e neorealismo nella lirica di Edvard Kocbek. Il 30 ottobre 1952 si unisce in matrimonio con Franciška Radoslava Premrl, scrittrice e traduttrice, sorella dell’eroe nazionale sloveno Janko Premrl. Dalla loro unione nascono due figli, Maja e Adrijan. Il 1° novembre 1953 entra in ruolo come insegnante di letteratura slovena e poi di quella italiana alle scuole medie inferiori e quindi a quelle superiori con lingua d’insegnamento slovena a Trieste, ruolo che ricopre fino al 1975. Dal 1966 al 1991 dirige e pubblica la rivista Zaliv che accoglie anche autori della dissidenza e della diaspora politica slovena.
È morto Boris Pahor
È morto Boris Pahor. Addio allo scrittore di un secolo
https://www.huffingtonpost.it/cultura/2022/05/30/news/e_morto_boris_pahor_addio_allo_scrittore_di_un_secolo-9491960/
È morto lo scrittore Boris Pahor
Èmorto a 108 anni lo scrittore e intellettuale triestino Boris Pahor. Di madrelungua slovena, Pahor è stato testimone delle discriminazioni verso la minoranza slovena nella Venezia Giulia. Sopravvissuto ai lager nazisti, è morto questa mattina intorno alle quattro nella sua casa di Trieste, come ha confermato la sua famiglia all’Adnkronos.
Aveva sette anni quando nel 1920 assistette all’incendio del Narodni Dom, sede centrale delle organizzazioni della comunità slovena di Trieste: un’esperienza che lo segnò per tutta la vita, che affiora spesso nei suoi romanzi e racconti.
Dopo aver frequentato il liceo classico presso il seminario di Capodistria, nel dopoguerra si laureò in Lettere all’Università e quindi, si dedicò all’insegnamento della letteratura italiana. Arruolato e mandato al fronte in Libia, tornò a Trieste dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, ma venne arrestato dai nazisti e quindi internato in vari campi di concentramento in Germania e in Francia. Sopravvissuto alla tragica esperienza dei lager, al termine del conflitto a Trieste aderì a numerose imprese culturali social-democratiche e divenne uno dei più importanti punti di riferimento per la giovane generazione di letterati sloveni.
La sua opera più nota è “Necropoli” (Fazi), romanzo autobiografico sulla prigionia a Natzweiler-Struthof. È stato tradotto in francese, tedesco, serbo-croato, ungherese, inglese, spagnolo, italiano, catalano e finlandese. La vita dello scrittore è strettamente legata agli eventi storici della sua terra d’origine, dall’epoca della dominazione dell’impero asburgico al fascismo, e all’esperienza della comunità slovena, tra i due conflitti bellici e nel secondo dopoguerra, che ha messo al centro dei suoi libri, una trentina tra narrativa e saggistica.
https://www.ilgiorno.it/cronaca/morto-scrittore-boris-pahor-1.7730468
Morto a 108 anni Boris Pahor lo scrittore sloveno che narrò l’orrore dei lager. Funerali a Trieste il 7 giugno
Triestino, nacque nel 1913 sotto l’impero asburgico. Durante l’occupazione tedesca era stato deportato. Il suo talento in Italia venne riconosciuto tardivamente

È morto Boris Pahor, addio al gigante della letteratura del Novecento che narrò l’orrore dei lager
È morto lo scrittore Boris Pahor, aveva 108 anni
Considerato il più importante scrittore sloveno con cittadinanza italiana e una delle voci più significative della tragedia della deportazione nei lager nazisti

